Ognuno di noi sviluppa un attaccamento verso le persone, perciò il primo modo in cui veniamo in contatto con questo tipo di comportamento è per esperienza diretta. Nelle relazioni sociali in età adulta continuiamo ad usare lo stesso stile di attaccamento, ovvero ciò che abbiamo appreso durante l’infanzia nelle relazioni primarie, poiché si è formato un Modello Operativo Interno (MOI o IWM, Internal Working Model) che guida le nostre aspettative.
Come esseri viventi abbiamo bisogno di attaccarci ad una figura di riferimento e prevediamo come l’altro si avvicinerà a noi, questi sono i due concetti più importanti che entrano in azione anche durante una relazione di aiuto, in quanto relazione significativa, e possono essere utili per capire che quando una persona cerca la nostra presenza, lo farà in base a ciò che ha appreso in precedenza, ciò ci aiuterà a metterci in una posizione empatica rispetto al soggetto. In relazione a questo ci sono degli interessanti studi che riguardano la compatibilità tra soggetto e terapeuta a seconda degli stili di relazione.
Bowlby è il padre della teoria dell’attaccamento ed identifica il “caregiver” come colui che presta le cure. Il legame tra madre e figlio nasce, secondo Bolwby, da un’esperienza primaria di conforto, calore, contenimento e contatto. Il legame che si crea tra madre e figlio è emotivamente sicuro, la madre deve rappresentare per il bambino una base sicura esprimendo la sua capacità di contenere il bambino sia fisicamente (abbraccio) sia psicologicamente.
Grazie ai Modelli Operativi Interni che il bambino si crea nelle relazioni primarie con le figure di riferimento, diviene capace di prevedere i comportamenti della madre e quando acquisisce la capacità di pensare alla madre anche quando essa non è presente, il bambino riesce a farsi un’idea anche di come andranno le cose tra loro, proprio attraverso gli IWM, che possono essere definiti come schemi che ci aiutano a prevedere come andranno le nostre relazioni sociali. Dal grado di distorsione presente negli IWM appresi può nascere la patologia come incapacità di stare nel presente, nel qui e ora, senza lasciarsi contaminare troppo dalle esperienze passate.
Per studiare gli stili di attaccamento Mary Ainsworth ideò la Strange Situation ovvero una situazione in cui il bambino, dopo un primo momento con la madre, viene lasciato solo con un estraneo nella stanza dei giochi; dalle reazioni che il bambino ha all’uscita della madre e al suo successivo rientro possono essere distinti i vari stili di attaccamento.
Riportando tutto questo all’esperienza clinica, quando un soggetto viene in terapia si riapre il mondo che conosce e, di conseguenza, si aspetterà di essere trattato come è stato trattato in passato.
Quando ci accorgiamo che ci manca una base sicura, ci sono tre punti fondamentali che dobbiamo riconoscere e affrontare per dare luogo ad una sequenza sana di attaccamento sicuro:
- accorgersi del disagio ed esprimerlo correttamente
- cercare la vicinanza delle figure di riferimento
- risolvere il problema.
La madre, come anche il terapeuta, deve avere la capacità centrale di non farsi travolgere dalle proprie emozioni e da quelle del bambino (o del soggetto che si ha di fronte), mantenendo comunque una vicinanza emotiva. Deve inoltre avere la capacità di stare con i tempi del bambino, senza imporre i suoi, delle sue abitudini, deve rispettare i tempi del bambino (o dell’altro).
La teoria dell’attaccamento cerca di spiegare anche le resistenze che si possono incontrare con una persona e su cui è importante lavorare, mantenendo sempre un atteggiamento contenitivo, una funzione materna di contenimento e restituzione, stando attenti a non fare una diagnosi del soggetto, bensì delle sue emozioni. Ciò crea una possibilità di cambiare i modelli operativi interni del soggetto, esso impara che le sue attese vengono disconfermate, ma non in modo traumatico, bensì in modo “sano”, così che egli possa imparare un nuovo modello.
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