In questo film i ruoli dell’uomo e della donna sono fortemente stereotipati: le donne vengono descritte come più portate all’analisi e alla descrizione di sentimenti ed emozioni, come più attente ai processi psicologico-emotivi, con un approccio maggiormente sensoriale, rispetto agli uomini che, invece, utilizzano un approccio maggiormente visivo. Non a caso Tommaso non vede la bellezza di Enea, perché ne fa solo un fatto estetico, oppure dice a Cecilia “ti trovo brutta”, quando lei inizia la sua nuova relazione con Enea. Lo stereotipo di lei, invece, è tutto giocato sul sentimento della gelosia e della donna insoddisfatta, con forti aspettative che crede possano essere accettate senza problemi, per cui non basta l’amore, ma vuole essere continuamente corteggiata, coperta di attenzioni, capita, coccolata, ecc…

Ecco allora che l’amore si trasforma in nu calesse, ossia in un oggetto materiale e che, oltretutto, delude le aspettative. Esse, infatti, non possono essere mantenute, in quanto i due vedono due realtà diverse e non vedono la “possibilità”, se non alla fine del film.

Il tema centrale del film è quindi l’amore, su cui si incentra tutta la vicenda, già la prima scena, della statuina dei due amanti che si rompe, è metafora del film, tutto incentrato sul crearsi e sciogliersi della coppia e sulle difficoltà di comunicazione e ad incontrarsi su esigenze e desideri. Anche i dialoghi delle comparse parlano di storie finite, iniziate, litigi tra innamorati ed è una ricerca continua di definire l’amore.

È proprio giocando con le parole che si creano ancora più incomprensioni sfuggendo così ad ogni definizione ed inevitabile sembra la rottura tra i due. In realtà entrambi scoprono la necessità di stare con l’altro attraverso la mancanza; quindi Tommaso riconquista Cecilia e tutto sembra tornare come prima e al posto del lieto fine troviamo un finale aperto dove tutto sembra ripartire da capo. Non si può vedere il lieto fine se non si cambia prospettiva, se non si vede l’opportunità del calesse.

Se ci pensiamo tutto il film cerca di “definire” l’Amore, non solo con una definizione da enciclopedia, come fa Amedeo, l’amico bibliotecario di Tommaso, ma anche nel senso di dargli dei confini netti, ma ecco che, quando si tenta di farlo, come ad esempio nel matrimonio, si cade nella routine e nella stereotipia. Il finale del film ci dice che è solo accettando l’indecifrabilità e la mutezza dei nostri sentimenti che possiamo davvero accoglierli e viverli pienamente. Tommaso e Cecilia rinunciano al matrimonio, ad una definizione, ma non l’uno all’altra, non al sentimento. È proprio qui che sta la forza del sentimento, nel non chiuderlo in un unico ed inevitabile senso di interpretazione.

In questo possiamo trovare una corrispondenza nell’allargare gli orizzonti della “normalità”: il fuggire da definizioni rigide ed incasellate può portare a vedere il calesse come una “possibilità” e non come una delusione e ciò ci permette di confrontarci non con una “mancanza”, ma con ciò che c’è in questo momento, con ciò che è presente, in tutti i sensi. Ed infatti solo quando entrambi vivono nel presente, anche in senso temporale, è possibile un dialogo e creare insieme qualcosa di costruttivo, di funzionale. Quando entrambi sono proiettati nel passato o nel futuro, non riescono a vivere e a cogliere il “qui e ora” e le loro aspettative non vengono soddisfatte, perché si trovano su piani diversi.

Riportandolo a noi, infatti, se teniamo lo sguardo troppo rivolto al passato, o al contrario, troppo proiettato sul futuro, rischiamo di non cogliere le possibilità del presente. Questo non vuol dire non creare progetti futuri, ma pensarli sulla base delle possibilità messe a disposizione nel presente. Imparare a stare con “quello che c’è”, in questo momento, a vivere nel presente e CON il presente, con quello che abbiamo e con i sentimenti che il presente ci suscita, ci da modo di non reprimerli ma di dare loro diritto di esistenza e questo ci permette di non essere schiavi dei nostri sentimenti, di non subirli, ma di accettarli e viverli pienamente e serenamente, accettando a volte l’impossibilità di definirli razionalmente, così come Tommaso e Cecilia, alla fine del film, si accettano per quello che sono, lasciando perdere il tentativo di definirsi, che porterebbe ancora una volta ad una delusione delle aspettative e quindi ad un “inutile calesse”.

E a proposito del calesse e dell’imparare a stare con ciò che c’è: se ho un calesse, posso spronare i cavalli allo stremo, ma non andrò mai veloce come una Ferrari e allo stesso tempo, se sono così concentrato a spronare i cavalli, per cercare qualcosa che non c’è, mi perdo le opportunità che il calesse mi potrebbe offrire, come ad esempio la possibilità di fare un viaggio rilassato e riposante, cogliendo ogni aspetto del panorama che mi circonda. Questo mi fa venire in mente una frase di uno splendido libro, “Il vecchio e il mare” di Hemingway dove, a mio avviso, vi è esplicitato questo concetto in modo estremamente chiaro… ma questa è un’altra storia…

 

Se ti interessa l’argomento leggi l’articolo “Il vecchio e il mare”: la capacità di stare con ciò che c’è

 

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