
Di ritorno dalle vacanze estive, ho deciso di fare un articolo un po’ più “personale” e di raccontarvi qualcosa di me e in particolare della mia scelta di continuare il mio percorso di formazione in psicoterapia Psicosintetica. Vengo da una formazione soprattutto in ambito di psicologia umanistica, utilizzata nel mio lavoro in modo molto ampio, sia nella conduzione di gruppi, sia nella conduzione di colloqui individuali.
Al momento di iscrivermi alla scuola di psicoterapia, mi sono sorti molti dubbi e ho cercato quindi di confrontarmi con tanti psicologi in formazione, che frequentavano scuole di psicoterapia di diversi orientamenti; questo mi ha permesso di entrare in contatto con tante realtà e di poter trovare la mia strada. La mia paura, nello scegliere una scuola di psicoterapia, è sempre stata quella di mettermi addosso un unico abito, un unico paio di occhiali, che poi, in qualche modo, mi influenzasse a guardare la persona che avevo davanti in un’unica direzione e che lasciasse poco spazio alla mia personalità e alla creatività del terapeuta. Un’altra cosa che mi frenava nello scegliere la scuola di psicoterapia, era l’idea di chiamare “paziente” la persona che avevo davanti, poiché mi sembrava che questa parola puntasse l’attenzione sulla patologia, sulla malattia, su ciò che “mancava”, invece che sulle potenzialità e sulle risorse che la persona possiede. Questa sensazione, per me, era molto limitante, non mi ci trovavo a mio agio, finché non ho conosciuto la scuola di Psicosintesi, che mi ha incuriosito, perché si parla di un approccio “integrato”, che prende in considerazione “l’integrità della persona”, ricercando “l’integrazione e l’armonia nei suoi vari aspetti, fisico/corporeo, razionale/mentale, emotivo e spirituale”. È quindi nata in me la voglia di approfondire questi concetti, perché sentivo che era una scuola dove si poteva vestire abiti diversi, che forniva diverse paia di occhiali con cui guardare il mondo e le persone che abbiamo davanti. Questo l’ho ritrovato anche negli scritti di Assagioli, quando dice che “non c’è nulla che limiti la visione quanto un sistema. Esso esclude tutti quei lati della realtà che non rientrano nel castello incantato di quello schema intellettuale. Quindi gli psicologi dovrebbero, più di ogni altro studioso, essere liberi da qualsiasi sistema. Essi devono prendere contatto con la realtà viva della vita psichica con il suo dinamismo immediato e da questo trarre delle conseguenze teoriche e pratiche, non partire con un’idea preconcetta di ciò che dovrebbe essere la vita psichica.” Questa frase mi rispecchia molto e leggendo le applicazioni pratiche che la Psicosintesi ha nella terapia con le persone, ho ritrovato molto il mio punto di vista, che sposa in pieno l’idea che non si possa utilizzare una stessa metodologia con tutte le persone, ma anzi dobbiamo cercare, rispetto alla persona o alle persone che ci stanno di fronte, di trovare il metodo migliore perché esse riescano ad entrare in contatto con i loro stadi inconsci. Vale a dire, cercare di avere tanti occhiali diversi e non un unico paio di occhiali per guardare una persona.
Mi piace molto che Assagioli “descrive” e non “definisce” la Psicosintesi, poiché la stessa parola, definizione, crea dei limiti: “La Psicosintesi non è una dottrina, né una scuola di psicologia, né un metodo esclusivo di autorealizzazione, terapia o educazione; può essere indicata, e non uso la parola definita, perché tutte le definizioni sono limitate e limitanti, soprattutto come un atteggiamento ed una lenta conquista verso l’integrazione, la sintesi, in ogni campo. Potrebbe essere chiamata un movimento, una tendenza, una meta. Non esiste ortodossia nella Psicosintesi e nessuno, a cominciare da me stesso, dovrebbe affermare di essere il suo vero e unico rappresentante, il suo capo e responsabile. Psicosintesi significa il pieno sviluppo di un essere umano e di tutte le sue facoltà, è un metodo di autorealizzazione e opera per la realizzazione delle potenzialità umane. È una base ideata per essere aperta e flessibile, in modo da includere i dati della ricerca scientifica, i contributi di altre scuole e tutti i nuovi sviluppi e le nuove tecniche che via via emergono nello scenario contemporaneo. Ma è anche un modo per mettere ordine nella moltitudine dei punti di vista che regna nella psicologia e nella psicoterapia contemporanea”.
Si trova ancora scritto da Assagioli che “in passato la Psicosintesi è stata biasimata per la sua ampia apertura e flessibilità, ma proprio questa apertura è la sua identità e questa stessa flessibilità è la sua metodologia”. E questa apertura e questa flessibilità sono proprio le cose che stavo cercando all’interno della scuola di psicoterapia e per continuare il mio percorso di crescita personale.
Anche il prendere in considerazione il concetto di spirituale e spiritualità, è una parte che mi ha fatto avvicinare alla Psicosintesi e alle teorie di Assagioli, poiché il fatto di non limitare la persona alla sola sfera fisica, ma di prendere in considerazione anche ciò che gli sta attorno, e la parte della trascendenza, è una cosa per me molto importante. “L’innovazione più significativa della Psicosintesi, rispetto alla psicanalisi, è la posizione centrale del Sé, un tema che la Psicosintesi ha in comune con varie tradizioni spirituali. Il campo spirituale o transpersonale, include una grande varietà di fenomeni, come intuizione, creatività, illuminazioni, espansioni di coscienza. Il Sé spirituale o transpersonale è il punto di incontro tra individualità ed universalità, lo potremmo paragonare a dei piani superiori di un edificio, anzi alla terrazza, da cui è possibile vedere il firmamento”.
Ciò che mi affascina della psicoterapia psicosintetica, è il fatto che essa accentua l’individualità e l’unicità di ogni persona. Ciò che conta non è il sintomo che categorizza il cliente, o paziente, e lo accomuna a numerosi altri individui che hanno sintomi simili o una storia simile. Quello che più conta è l’irripetibile storia di un individuo, l’interpretazione che questi ne dà e che dà alla propria situazione esistenziale; i valori che regolano la sua vita, il futuro che è capace di progettare. La domanda che il terapeuta si pone, non è “che cosa rende questo individuo simile agli altri”, ma “quali elementi differenziano questa persona dalle altre e la rendono l’individuo che è e che potrebbe diventare”. La psicoterapia psicosintetica lascia quindi ampio spazio allo stile individuale basato sulla personalità e la formazione del terapeuta e questo mi fa sentire maggiormente libera rispetto alle altre scuole di psicoterapia. La terapia psicosintetica è basata su strategie che aiutano le persone a sviluppare una nuova organizzazione delle proprie esperienze e dei propri comportamenti, aiutandole a passare dall’esplorazione delle vecchie tendenze emotive, all’evocazione di nuove maniere di pensare e di sentire, di nuove scelte e possibilità fino a giungere al rafforzamento ed ancoraggio della nuova impostazione nella vita quotidiana.
Altra cosa della Psicosintesi è che Assagioli la definisce come “l’espressione individuale di un più vasto principio, di una legge generale di sintesi inter-individuale cosmica”. Ecco questa definizione l’ho sentita particolarmente mia, in quanto, anche per la mia formazione personale in acquerello Steineriano, mi sono avvicinata alle teorie che prendono in considerazione l’individuo, non come essere a sé stante, ma come micro-cosmo inserito in un macro-cosmo che comunque lo influenza ed è influenzato dall’individuo stesso; macro-cosmo che va anche oltre la sfera di quello che è visibile, quindi il nostro ambiente, la nostra Terra, il nostro mondo. Dice Assagioli che “una delle maggiori cecità è di credere di essere, per così dire, tutti di un pezzo, di possedere cioè una personalità ben definita. Presi da questo miraggio, trascuriamo di renderci conto di noi stessi, di sapere chi e che cosa siamo, di possederci. Il primo mezzo per fare chiarezza dentro di noi consiste nel riconoscere il caos, la molteplicità e i conflitti che esistono dentro di noi e di considerare tale molteplicità non un limite, bensì una ricchezza. La Psicosintesi può essere considerata come l’espressione individuale di un più vasto principio, di una legge generale di sintesi inter- individuale e cosmica. È un insieme di metodi di azione psicologica volte a favorire e a promuovere l’integrazione e l’armonia della personalità umana. L’unità è dunque possibile, ma non è un punto di partenza, non è un dono gratuito, è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera, un’opera faticosa ma magnifica, varia e affascinante, feconda per noi e per gli altri, ancora prima di essere ultimata”. In mitologia si direbbe che è il viaggio dell’Eroe, che solo dopo aver affrontato le 12 prove e aver integrato dentro di sé i 12 archetipi, arriva ad un più alto livello di conoscenza e può ripartire per un nuovo giro di spirale, per un nuovo viaggio, ma più consapevole e ad un livello superiore di evoluzione spirituale. Gli alchimisti potrebbero parlare dell’opera della nigredo, dell’albedo e della rubedo, nella ricerca della tanto agognata pietra filosofale che trasforma il piombo in oro, che altro non è che il nostro viaggio di evoluzione verso l’integrazione di tutte le nostre parti per arrivare al Vero Sé, al nostro oro interiore. Ecco perché ho scelto la Psicosintesi, perché parliamo un linguaggio comune, un linguaggio che rende comprensibile ciò che stiamo dicendo e che ci permette di accogliere e aiutare gli altri, nel loro percorso di crescita evolutiva.
(tutte le citazioni riportate in questo articolo sono riprese dal libro “Psicosintesi – per l’armonia della vita” di Roberto Assagioli, edizioni Astrolabio)
2 Responses
Questo articolo è bellissimo!!!
Complimenti e bentornati!!!!
Mi fa piacere che sei sempre attenta agli articoli che scrivo!
Grazie!