La tecnica della sabbiera è stata usata prevalentemente in ambito junghiano. Fu ideata negli anni ’30 da Dora Kalff, che era, appunto, una discepola di Jung. La sabbiera è costituita da un contenitore di legno che rispetta le proporzioni del campo visivo, con il fondo dipinto di azzurro e pieno di sabbia. In questo spazio limitato il soggetto rappresenta un “mondo” avendo a disposizione negli scaffali vicino la sabbiera, elementi di vario genere, come oggetti, personaggi in miniatura, animali, alberi, case, automobili, elementi naturali o artificiali, insomma, una serie molto ampia di modelli significativi di ciò che può essere trovato nel mondo, sia reale che fantastico. Il lavoro analitico si snoda a partire dagli scenari che il paziente costruisce in una sabbiera. Infatti, il soggetto “sceglie” gli oggetti da mettere in scena, anche se sarebbe più corretto dire che in realtà sono gli oggetti che si impongono al soggetto, il quale non può fare altro che prenderli e posizionarli in un determinato modo e dalla successiva discussione dello scenario creato, considerando sia il significato evidente degli oggetti e della scena, sia il significato “altro”, ovvero il simbolismo presente nello scenario creato, che restituisce al soggetto qualcosa di inaspettato e di potente. La sabbiera viene, inoltre, considerata alla maniera di Winnicott, ovvero come area transizionale e gli stessi oggetti possono essere considerati come transizionali, dato che non sono mai né totalmente esterni né totalmente interni. La sabbiera può essere considerata ed usata alla stregua di un test proiettivo: il soggetto mette in scena un racconto di cui è più o meno cosciente e l’analista deve cogliere non solo il risultato, ma tutto ciò che circonda e che concerne la realizzazione di una sabbiera, ad esempio quali elementi sono messi per primi, se alcuni elementi vengono in un primo momento messi, poi tolti o cambiati di posizione ecc…

Nella mia esperienza di formazione personale e professionale, sono rimasta colpita dalla potenza di questo strumento apparentemente semplice. Mi sono resa subito conto di quanto questa tecnica parla del soggetto che costruisce la scena anche se sono presenti pochissimi elementi, poiché anche la “mancanza” di elementi dice tantissimo.

Questo strumento evidenzia anche come a volte sia difficile percepire la cosa più semplice, che invece, quando viene nominata, subito balza agli occhi, altro esempio di come l’inconscio ci mette sempre lo zampino, nascondendo agli occhi quello che è palese rendendolo così difficile da vedere senza un’indicazione esterna.

Questa tecnica sottolinea come sia importante cogliere le contraddizioni negli oggetti e nella loro scelta. Infatti, spesso gli oggetti sono scelti con un pensiero che in seguito rivela avere caratteristiche opposte all’interno della sabbiera; ad esempio, una casa che venga scelta per la sua caratteristica della trasparenza, può poi rivelarsi una casa senza porte né finestre, chiusa, una casa in cui non si può né entrare né uscire e in più, in una giornata di sole, potrebbe essere soffocante stare lì dentro.

Gli oggetti posti nella sabbiera ci parlano da soli, anche se non sappiamo niente della storia del soggetto, la sola scelta e la disposizione degli oggetti, ci racconta moltissimo.

Le sabbiere raccontano in modo incisivo le storie dei soggetti che le hanno costruite e di come gli oggetti prendano, di volta in volta, significati diversi a seconda di chi li dispone e di come vengono posizionati all’interno della sabbiera. Veramente ogni sabbiera racconta una storia a sé stante, che non può essere replicata in un secondo momento, nemmeno dallo stesso autore, proprio perché gli oggetti che si impongono al soggetto, cambiano a seconda del momento e dello stato d’animo del soggetto stesso.

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